Chi è un giornalista? Il Senato USA esclude i social network


all-the-presidents-menUna legge di recente approvata negli Stati Uniti ha aperto un dibattito su come identificare il ruolo del giornalista.  La questione è intrigante, poichè il provvedimento trae origine, almeno nelle manifeste intenzioni, per difendere la sua figura professionale.  Tutto nasce infatti, come riferisce USA Today ,da una serie di intercettazioni del Dipartimento di Giustizia sulle linee telefoniche di 21 collaboratori di Associated Press, fatte senza avvisare l’agenzia in anticipo, a cui si aggiunge la richiesta di email di dipendenti del famoso network Fox News.  Questo episodio ha spinto i politici a mettere un freno, anche per meglio regolare la presenza dei media all’interno del Senato, facendo così per la prima volta in quel paese emergere una discussione sul tema.   Il famoso Huffington Post, ad esempio, era inizialmente un “agglomerato” virtuale di blogger entusiasti che partecipavano nel fornire le news in quello che si è rivelato uno dei maggiori successi esclusivamente online del giornalismo contemporaneo.   Secondo la legge statunitense, votata al Senato con una maggioranza di voti pari a 13-5, per godere dello status di giornalista (con tutele rafforzate in tema di intercettazioni) “L’individuo dovrebbe essere stato impiegato per un anno negli ultimi 20 o tre mesi nel corso degli ultimi cinque anni. Ne fanno parte dipendenti, anche esterni, che lavorano per giornali, riviste, web news, televisione o radio”.   Dunque quale sarebbe il problema?  Il fatto che suscita sorpresa è che sono del tutto esclusi da questo ambito coloro i quali scrivono su social network quali Twitter, Facebook o che possiedono un blog.  
La questione è meno speciosa di quanto possa apparire.  In questi giorni a Firenze c’è un meeting sul giornalismo digitale che cerca di approfondire anche le cause di quanto sia difficile far crescere il business dei giornali online.   In Italia, tuttavia, il problema della identificazione del giornalista è poco nota, poiché c’è un albo di professionisti e pubblicisti che fa da filtro, diciamo così.
Gli Stati Uniti sono sempre stati i capo-fila di un giornalismo indipendente o che comunque giudicava un articolo, un reportage o simili solo dalla qualità intrinseca e non dal tesserino di chi lo portava in dote.    Il voto del loro Senato rischia di cambiare il volto del giornalista made in Usa, che, per essere tutelato da controlli sulla propria attività, dovrà essere dipendente o comunque esserlo stato di recente e “taglia”, ripeto, la figura di blogger o comunicatori attraverso social.   Tuttavia ci sarebbe da riflettere su come sono proprio i  social network i veicoli primari delle news dei giornali e di come il sistema attuale ha, alla lunga, sfavorito l’integrazione delle piattaforme digitali di divulgazione con i media che forniscono notizie.
Si restringe il campo dunque, ma questo potrebbe portare a una nuova spinta della comunicazione alternativa a staccarsi dai media tradizionali e a cercare un riconoscimento nuovo e pieno.   La domanda finale è, se questo è il trend, quanto ne guadagneranno i media tradizionali dall’emarginare i social device?  Il rischio, lo dicono i numeri, è che in breve tempo la crisi economica colpirà chi non sa rinnovarsi o chi crede di poter difendere il proprio giardino ignorando un mondo che è già cambiato.

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