Sogni o è un reality show?


truman_showLo sfortunato e fortemente deriso incendio (per fortuna senza danni alle persone) della “casa” destinata a ospitare la prossima edizione del Grande Fratello in Italia, ha dato modo di tornare a parlare di un genere televisivo che sembrava esser stato scavalcato dai talent show.  C’è un posto di rilievo occupato nell’ambito della comunicazione televisiva che appartiene senza dubbio al mondo dei reality.  Si tratta, come oramai tutti sanno, della trasposizione del quotidiano in un ambito ristretto e ripreso a 360 gradi da telecamere attive il giorno e la notte, per cercare di comprendere come persone comuni e (spesso presunti) vip reagiscono in una situazione simile.  Negli anni il più importante esperimento è ancora il primo, “Il Grande Fratello” di Daria Bignardi trasmesso nel 2000, capace di creare personaggi come Pietro Taricone (purtroppo recentemente scomparso) e forse unico show in cui i concorrenti, ignari della morbosa attenzione e polemiche di fuori, agivano spontaneamente.
Difficile fare l’elenco dei programmi “figli” di questo nati nel tempo, ma da “L’isola dei Famosi” a “Campioni il sogno”, da “Ballando con le stelle” alla “Pupa e il secchione”, fino all’ultimo “Pechino Express”, sono tanti i motivi di riflessione sul successo o comunque diffusione di questo meccanismo che dopo più di 10 anni ancora imperversa.
Innanzitutto c’è da chiedersi come sia nato questo che per molti versi è un dozzinale richiamo al libro “1984” di George Orwell.   I motivi sono molteplici per la televisione, non solo quella italiana.   Il principale è l’assoluta mancanza di idee innovative, ma la vera molla sono i guadagni garantiti dal grande pubblico con un relativo basso costo di produzione.
Cosa dire invece dei comportamenti delle persone coinvolte che, dopo iniziali titubanze, si lasciano andare a libertà e liberalità di cui forse si pentiranno dopo?  Colpisce che, a parte i primi esperimenti, i concorrenti arrivano già preparati e controllati, tanto che il termine maldestramente più sentito in tutti i reality è “strategia”, identificando l’atteggiamento dei più scaltri, cinicamente pronti a dare battaglia.   Dunque anche questo tentativo di cogliere la verosimiglianza della realtà, come nel romanzo manzoniano, scade nella pochezza delle tattiche per vincere e nel disincanto diffuso che non lascia spazio alla genuinità.
Negli Usa sono nati reality come Jersey Shore, di incredibile seguito e volgarità, che ha aperto una strada ancora più pericolosa verso il mostrare tanti ragazzi che vivono il quotidiano senza nessun obiettivo.  Almeno prima ci si impegnava in prove di bravura e agilità per arrivare alla gratificazione finale.  In questi nuovi programmi invece il massimo è vedere gente ubriacarsi nelle discoteche o stravaccarsi amoreggiando sui divani, stop.
Il cinema ha naturalmente colto al balzo l’occasione e tra il nostro Reality di Garrone e Hunger Games in cui la posta in palio è la sopravvivenza (in questi giorni esce la seconda versione), emerge prepotente The Truman Show, in cui Jim Carrey è protagonista, a propria insaputa, di un reality sulla sua vita, dall’inizio fino alla drammatica e liberatoria realizzazione del proprio status.
Come in un sogno al contrario, le paure di questi tempi iper-intercettabili potrebbero essere dovute proprio al rischio di far sempre più parte di un mondo che cerca di impostare i binari da seguire quotidianamente, con un occhio sempre acceso e con libero accesso alla tua privacy.

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