Cambiano i giornali, ma noi no


newsonlineIn quest’ultimo periodo si è diffusa la tendenza a rivoluzionare la grafica dei magazine on line. Il primo, e non poteva essere diversamente, è stato il New York Times, che per la prima volta dal 2006 ha modificato le sue pagine. Quasi a voler smentire le voci di una sua imminente cessione a un tycoon cinese.
Ora è la volta di due testate importanti quali il Time e il Corriere della Sera di mostrare fieri il nuovo formato.  Così come alcuni mesi fa è successo con La Repubblica.   A questo si aggiunge Il Foglio che fino al prossimo maggio 2014 proverà a rendere la consultazione del sito accessibile solo a pagamento. E’ passato ingiustamente sotto traccia questo tentativo annunciato dal direttore del giornale Giuliano Ferrara con questo esaustivo tweet:  “Da domani nessun articolo del Foglio gratis on line. Solo carta o on line a pagamento. Fino alla fine di maggio. Esperimento. Grazie”.   Datato 4 marzo scorso. Un vero e proprio ‘challenge’ i cui eventuali buoni frutti potrebbero cambiare l’approccio ai media italiani, da parte del giornale più intellettuale e a volte discusso del nostro Paese.  Burrascoso e poco fortunato è stato tuttavia il precedente made in Usa al riguardo.  Parliamo del Daily, creatura del 2010 del magnate australiano dell’editoria Rupert Murdoch.  Come racconta Repubblica in un articolo del 2012:” Non è durato nemmeno due anni il giornale fruibile soltanto su iPad: lanciato a febbraio 2011 aveva 120 dipendenti, dopo una recente cura dimagrante, e secondo varie stime quest’anno avrebbe perso 30 milioni di euro”.
Cosa dire di questi numerose e continue variazioni che non vanno certo solo a migliorare l’ estetica della comunicazione? Sono tre  i punti da tenere maggiormente in conto.

La varietà della informazione – Oggi si è investiti da una valanga di news su internet, tanto che uno dei problemi principali di chi ne fruisce e di fare un filtro di veridicità. Esiste addirittura un progetto dell’Unione Europea nato per scovare le cosiddette “bufale” on line dal nome Pheme , a ricordare i possibili risvolti negativi della ricerca della “fama” latina a tutti i costi.  Questa presenza massiccia di fonti spinge comunque i singoli giornali a cercare nuove strade concorrenziali che puntano su video, foto, facilità di navigazione e, dal mio punto di vista, un eccessivo uso dello sfondo bianco, quasi a tenere l’attenzione alta del lettore a ogni possibile click.

Impatto mobile – Ho voluto chiamare così questa realtà in espansione esponenziale. Smartphone e tablet stanno infatti divenendo infatti sempre di più strumento di lettura in movimento e bisogna ottimizzare i propri siti affinchè siano quanto più adattabili e flessibili per permettere una navigazione veloce e piacevole.  Essendo video e foto poi i maggiori collettori di interesse, questo comporta un “peso” maggiore per i portali che devono continuamente cercare di migliorare le prestazioni.  Dunque non si tratta di migliorìe finalizzate a maggiore gradevolezza esteriore, ma di un vero e proprio reset della struttura.

Soglia di attenzione&esigenze di business – Un fattore molto legato al primo punto, riguardante cioè la svariata offerta sul web.  E’ un miracolo quando un lettore resta ancorato ad un sito per più di cinque minuti, cosa che rende necessaria una drastica riduzione della lunghezza degli articoli, un cambiamento del lessico e soprattutto spinge a cercare di sfruttare ogni possibile fonte di navigazione.  Spesso a discapito della qualità di un prodotto che una volta non era tale, ma che nel tempo ha sempre di più dovuto soggiacere alle regole del mercato.

Concludo dicendo che spesso si accusano gli stessi utenti della rete per il peggioramento della qualità della informazione.  Ma nel titolo ho tenuto a sottolineare come in realtà, molte più volte di quanto si possa immaginare, siamo “spinti” verso certi contenuti.  Pensate ad un supermercato che pone i prodotti in determinate posizioni per catturare lo sguardo del cliente.  Chi ci dice che non succede lo stesso per l’informazione e i media?

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